domenica 18 settembre 2016

Papa Francesco

IL PAPA: «IL MONDO È STANCO DI BUGIARDI, PRETI ALLA MODA, BANDITORI DI CROCIATE»

17/09/2016  Francesco riceve i nuovi vescovi del corso di formazione e chiede loro di lasciarsi “destabilizzare” dal Signore ed essere vicini alla gente e alla famiglie con fragilità per trasmettere la misericordia di Dio. E sulla formazione dei preti avverte: «Nei seminare bisogna puntare alla qualità e non alla quantità. Diffidare da chi si rifugia nella rigidità»


«Il mondo è stanco di incantatori bugiardi... e mi permetto di dire di preti o vescovi alla moda. La gente “fiuta” e si allontana quando riconosce i narcisisti, i manipolatori, i difensori delle cause proprie, i banditori di vane crociate». Parole nette, quelle di papa Francesco, che venerdì ha rivolto un lungo discorso ai vescovo nominati di recente e arrivati a Roma per un corso di formazione. Il Papa ha raccomandato anzitutto di rendere «accessibile, tangibile, incontrabile», la misericordia, che è il «riassunto di quanto Dio offre al mondo».

Ad ascoltare il Pontefice c’erano 154 nuovi vescovi (16 dei territori di missione) che hanno preso parte all’annuale corso di formazione promosso congiuntamente dalla Congregazione per i Vescovi e dalla Congregazione per le Chiese Orientali. «Pensate», ha detto il Papa, «all’emergenza educativa, alla trasmissione sia dei contenuti sia dei valori, pensate all’analfabetismo affettivo, ai percorsi vocazionali, al discernimento nelle famiglie, alla ricerca della pace: tutto ciò richiede iniziazione e percorsi guidati, con perseveranza, pazienza e costanza, che sono i segni che distinguono il buon pastore dal mercenario».

Le “strutture di iniziazione” delle Chiese locali, ha spiegato, sono i seminari: «Non lasciatevi tentare dai numeri e dalla quantità delle vocazioni, ma cercate piuttosto la qualità del discepolato», ha avvertito Bergoglio. «Né numeri né quantità: soltanto qualità. Non private i seminaristi della vostra ferma e tenera paternità». Il Papa ha chiesto di stare vicino a seminaristi facendoli crescere «fino al punto di acquisire la libertà di stare in Dio tranquilli e sereni», non preda «dei propri capricci e succubi delle proprie fragilità», ma liberi di abbracciare quanto Dio chiede loro. E ha aggiunto: «Vi prego pure di agire con grande prudenza e responsabilità nell’accogliere candidati o incardinare sacerdoti nelle vostre Chiese locali. Per favore, prudenza e responsabilità in questo. Ricordate che sin dagli inizi si è voluto inscindibile il rapporto tra una Chiesa locale e i suoi sacerdoti e non si è mai accettato un clero vagante o in transito da un posto all’altro. E questa è una malattia dei nostri tempi».

«LASCIATEVI DESTABILIZZARE DALLA MISERICORDIA DI DIO»

Inoltre il Papa ha raccomandato di accompagnare le famiglie «incoraggiando l’immenso bene che elargiscono» nella società, seguendo «soprattutto quelle più ferite» nel discernimento e con empatia: «Non “passate oltre” davanti alle loro fragilità. Fermatevi per lasciare che il vostro cuore di pastori sia trafitto dalla visione della loro ferita; avvicinatevi con delicatezza e senza paura. Mettete davanti ai loro occhi la gioia dell’amore autentico e della grazia con la quale Dio lo eleva alla partecipazione del proprio Amore». L’esortazione finale è a lasciarsi “destabilizzare”da Dio: la sua misericordia, ha proseguito Francesco, è la «sola realtà» che consente all’uomo di non perdersi «definitivamente».

Ciò si traduce allora in «non avere altra prospettiva» da cui guardare i fedeli che quella della loro “unicità”, non lasciando “nulla di intentato” pur di raggiungerli, non risparmiando “alcuno sforzo” per ricuperarli. La via è “iniziare” ciascuna Chiesa ad un cammino d’amore, quando oggi – ha constatato il Papa – «si è perso il senso dell’iniziazione».
Da: Famiglia Cristiana

mercoledì 14 settembre 2016

Il Sud si sta svuotando

Il Sud si sta svuotando, via mezzo milione di giovani
Per diplomati e laureati più facile lavorare in Grecia


SALVO CATALANO 
ECONOMIA – Tra 50 anni solo un italiano su quattro vivrà nelle regioni meridionali. È la stima dello Svimez sulla base del numero di emigrati dal Mezzogiorno a partire dal 2000: 1,7 milioni. La maggior parte giovani e con un alto livello di istruzione. «È un vero e proprio tsunami dalle conseguenze imprevedibili», scrivono gli analisti
Giovane, laureata e donna: è il profilo di chi negli ultimi 14 anni ha lasciato le regioni meridionali per andare a cercare fortuna altrove. Il Sud si sta svuotando. Dal 2001 al 2014 quasi 1 milione e 700mila persone sono emigratedal Mezzogiorno. Poco meno della metà - 744mila - non sono più tornati. E tra questi ultimi che hanno scelto di vivere definitivamente altrove, 526mila sono giovani, il 40 per cento con un percorso universitario alle spalle. Un esodo ormai strutturale fotografato nell'ultimo dossier di Svimez, l'Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno. 
Il risultato è che il Sud negli ultimi 14 anni ha registrato un calo di popolazione di 196mila unità, mentre il Centro-Nord un aumento di 315mila. E nel futuro le cose peggioreranno: secondo le previsioni nel 2065 solo un italiano su quattro vivrà nelle regioni meridionali. Il Sud alla fine del prossimo cinquantennio, perderà infatti 4,2 milioni di abitanti, oltre un quinto della sua popolazione attuale. «Un vero e proprio tsunami dalle conseguenze imprevedibili», scrivono gli analisti di Svimez.
Colpa soprattutto del lavoro che non c'è. Negli ultimi sei anni su dieci nuovi disoccupati, sette sono stati al Sud. Il risultato è che solo un quarto di tutti gli occupati d'Italia si concentra nelle regioni meridionali: sono 5,8 milioni. Mai così pochi dal 1977. A non lavorare soprattutto i giovani: nel Mezzogiorno il 56 per cento di quelli compresi tra 15 e 24 anni. I laureati hanno un tasso di occupazione del 31,9 per cento. Fanno peggio i diplomati, con il 24,7 per cento. Dati che fanno sprofondare il Meridione nelle classifiche europee, peggio della Spagna e della Grecia, dove a tre anni dal titolo il tasso di occupazione di diplomati e laureati tra i 20 e i 34 anni è rispettivamente del 65 e del 44 per cento. La media nell'Unione europea è del 76 per cento. 
Per l'Italia il confronto con l'Europa è impietoso anche se si prende in considerazione il numero di Neet (Not in education, employment or training), cioè quei giovani che non studiano, non lavorano né ci provano. Nel 2014 erano 3,5 milioni, aumentati del 25 per cento rispetto al 2008. Di questi, due milioni sono donne e due milioni sono meridionali. Anche nel resto d'Europa gli sfiduciati sono aumentati, ma di appena il 3 per cento negli ultimi sei anni. «La progressiva emarginazione dei giovani anche istruiti - si legge nel rapporto Svimez - dai processi produttivi determinata dalla crisi recessiva è confermata dalla dinamica crescente dei giovani Neet per essi, la difficoltà a trovare un’occupazione si accompagna ad un crescente scoraggiamento che li allontana non solo dal mercato del lavoro ma anche dal circuito dell'istruzione». Ma sul dato nazionale pesa come un macigno quello del Sud. Il resto del Paese, sottolineano gli analisti, viaggia tutto sommato in linea con l'Europa. Il Mezzogiorno corre veloce verso il baratro. 

venerdì 8 luglio 2016

Sagra del fico d'india a Scandale .


Era  tradizione nel mese di settembre (per le prime edizioni) poi spostata all'ultimo sabato di agosto, organizzare la Sagra del fico d'India, a cura della Pro Loco di Scandale .
 È la sagra nata attraverso i racconti che si tramandano di generazione in generazione sulla raccolta e la vendita di questo particolare frutto.
“Si racconta che negli anni cinquanta quando l'economia della maggior parte delle famiglie di Scandale era agricola, i contadini di Scandale barattavano i fico d'india nei vari mercati del Marchesato con patate, con verdura,e con altri prodotti della terra quindi ai fichi d'india di Scandale era riconosciuta una qualità esclusiva”
Tantissima la gente che veniva a Scandale  da tutta la provincia, e non solo, per assaggiare un po' di risotto al fico d'India, o magari una coppetta di gelato, passando per il liquore, ai vari dolci.

mercoledì 6 luglio 2016

Romano Cizza - Un ricordo di Ezio Scaramuzzino

 

(Romano Cizza)

Gli anni perduti

Sono al paese, che non rivedo da un po’ di tempo. Non mi è facile trovare un posteggio, cosa una volta facilissima. Giro tutt’intorno, in lungo e in largo, e alla fine  trovo un angolino in piazza Oberdan, di fianco alla colonnina del carburante, dove una volta le auto si fermavano a fare il pieno con un paio di migliaia di Lire. Gaetano Citriniti, il gestore, interrompeva ogni altra attività del suo multiforme esercizio commerciale ed accorreva ogni volta che qualche autista impaziente lo chiamava a colpi di clacson. Ricordo le risate tra amici, quando qualcuno raccontava del contadino che, vista per la prima volta quella colonnina che misurava il carburante con delle lancette, si fermò a regolare il suo orologio. Ora Gaetano non c’è più, anche la pompa di benzina sembra abbandonata ed è chiusa anche la porta di quella sua cantina, dove una volta tanti paesani andavano a bere un bicchiere di vino, magari con un rametto di sedano che faceva capolino da una delle tasche della giacca.
Fa molto caldo e il sole picchia in maniera inclemente sulle persone e sulle cose. Ho bisogno di un po’ d’ombra e mi dirigo sul lato opposto della piazza, sulla veranda, dove una volta era l’ingresso del Bar Centrale. In quel bar, ancora ragazzo, ho giocato le mie prime partite di Terziglio e, insieme con gli amici di un tempo, ho dato alimento ai primi sogni della mia vita. Lì ho conosciuto alcune persone, che ricordo ancora con gratitudine e simpatia, come l’avvocato Giuseppe Barca  o il truffatore Cesarino Moncalvo. Lì ho trascorso una parte della mia giovinezza ad osservare il passeggio sulla piazza antistante o a scambiare quattro chiacchiere con Gigi Paparo, il proprietario del bar. Gigi gestiva contemporaneamente il bar ed un negozio di alimentari posto sul retro e correva da una parte all’altra, sempre con una biro appoggiata sull’orecchio destro, che afferrava velocemente  per fare conti e riponeva subito dopo in miracoloso equilibrio. Quando c’erano pochi avventori ed il lavoro era ridotto al minimo, Gigi ne approfittava per leggere la sua immancabile ed amata Domenica del Corriere, che teneva sempre al suo fianco e che metteva a disposizione dei clienti solo quando usciva il nuovo numero. Ricordo ancora con affetto Gigi, che sarebbe scomparso prematuramente, lasciando nel dolore la moglie e i tre figli.

Sulla veranda non ci sono più le sedie e i tavolini di un tempo e la porta di ingresso è malinconicamente chiusa. Mi siedo all’ombra sul marciapiede antistante e osservo da lontano, sul lato opposto della piazza, le finestre e la porta chiusa del Bar Sportivo. Solo l’insegna in alto, scolpita in cemento, ricorda che lì c’era un altro ritrovo di noi giovani, che vi andavamo a giocare al flipper o al calcio balilla. Il gestore era un giovane come noi, Gaetano, e passava più tempo con noi a giocare, che dietro il bancone a servire i rari clienti. Si giocava molto al flipper allora e il premio per il vincitore dei vari tornei era quasi sempre una piccola torta Fiesta, che vinsi più di una volta, suddividendola poi con gli amici e bevendoci sopra un bicchiere di birra. Gaetano un giorno, assunto come vigile urbano, avrebbe cessato di fare il barman, preferendo giustamente lo stipendio modesto, ma sicuro, alla fine del mese, piuttosto che gli incassi aleatori della sua attività commerciale.

Mi alzo  e mi incammino lungo viale Puccini, la strada della mia fanciullezza. Su quella strada abitavano i Garieri, i De Biase, i Tallarico. Vedo venirmi incontro Peppe Coriale, detto “’U Zaré”. Faccio un rapido calcolo e penso che dovrebbe essere ultracentenario , mentre la sua immagine sembra essersi fermata  al tempo di quando io ero bambino. Mi sorride e io ricordo di quando, ragazzo, sotto un grande albero posto di fronte casa mia, in Estate,  gli leggevo la novella di Mazzarò e lui ascoltava incantato ed affascinato. E non si stancava mai e mi chiedeva di leggergli e raccontargli ancora una volta la novella di Mazzarò, che da uomo povero e miserabile era finito col diventare il padrone di tutto il paese. Questa volta però Peppe non mi chiede di raccontargli ancora una volta quella storia. Mi tocca sulle braccia, come se volesse controllare la mia consistenza, poi si limita ad accennare un saluto con la mano e infine, silenziosamente, scivola via. Mi giro indietro a seguire con lo sguardo il suo cammino e non lo vedo più, come se  si fosse dissolto nella nebbia del tempo.
Arrivo allo spiazzo antistante la cappelletta di San Leonardo. Nella luce accecante del primo pomeriggio ho l’impressione di vedere sull’uscio di casa Nonna Betta, vispa e incline a scherzare un po’ con tutti, ma che non sopportava in alcun modo gli schiamazzi e gli strilli dei bambini. Quante storie con lei e quante fughe, quando  ci inseguiva con la scopa e ci costringeva ad interrompere i nostri giochi! Altri tempi e altri trastulli, quelli della mia fanciullezza, quando ci bastava poco per essere felici e un semplice ramo appuntito bastava a farci sentire invincibili come Zorro. Costruivamo degli aquiloni ritagliando la carta dei giornali, che poi incollavamo con farina e acqua. Eppure quegli aquiloni, incredibilmente pesanti, volavano e si libravano in aria leggeri come farfalle: forse erano sospinti in alto  dai nostri desideri di fanciulli che si affacciavano alla vita. Mi volto  a guardare ancora nonna Betta, ma l’uscio è deserto e ho l’impressione di avvertire soltanto il cigolio lamentoso di  un’anta che sembra richiudersi su se stessa. 
Sulla sinistra, ad una biforcazione, c’è un viale che porta all’edificio scolastico, dove tanti anni fa ho mosso i primi passi di insegnante. Non opero alcuna scelta nel decidere la mia direzione e  muovo i miei passi verso quel viale. Non so perché succeda: forse sono alla ricerca della mia identità perduta, forse voglio solo recuperare le ombre e i fantasmi di una vita che non c’è più. Sollevo gli occhi e vedo una signora che mi sorride e mi saluta. Qualche piccola ruga che increspa il suo volto non mi impedisce di riconoscerla:è Marilù. Mi prende sottobraccio  e mi invita dolcemente a ritornare indietro. Vorrei farle tante domande, chiederle dove si trova, dirle che l’ho ricordata a lungo, ma mi accorgo che un pizzico di emozione, ancora dopo tanti anni, mi rende impreparato e incredulo. Camminando, ci guardiamo in silenzio:lei è ancora bella, come una volta, come in quella Primavera di tanti anni fa, quando entrambi eravamo meravigliati della nostra felicità e procedevamo insieme, senza sapere e senza preoccuparci di quello che la vita ci avrebbe riservato. Quando ci fermiamo, Marilù si stacca dolcemente dal mio braccio, mi accarezza il volto, continua a sorridere, si allontana e infine sembra dissolversi, ombra tra le ombre. Non la vedo più.
Affronto una leggera salita, quella che  porta verso la strada Nazionale. Ho voglia di fermarmi un pochino e mi appoggio ai tubi e al muretto basso dove una volta, in Estate, ascoltavamo tutti insieme le avventure dell’avvocato Barca. Vedo arrivare in lontananza Romano, Romano Cizza, e ho un tuffo al cuore. Quanti giorni della nostra vita abbiamo trascorso insieme! Quanti ricordi! Caro Romano! Come è possibile che tu sia qui? Viene con decisione verso di me e, quando mi è accanto, gli chiedo degli altri. Gli dico che ogni tanto vedo Totò al paese, ma gli altri, gli altri certo, Ciccio e Nino Simbari, Ciccio Rizzuto, e Totò Rizzuto, “il capitano” come lo chiamavamo, e Leonardo e Mimmo, e tutti gli altri, dove sono? Eravamo partiti  insieme, quasi tenendoci per mano, per affrontare meglio le tempeste e poi ci siamo persi, lungo le strade e i sentieri della vita. Romano mi sorride mestamente, ma non parla e si avvia da solo lungo la strada. Istintivamente mi viene voglia di seguirlo, per fargli altre domande, per chiedergli se ha qualche rimpianto, qualche desiderio. Vorrei anche chiedergli se ha  qualche segreto da svelarmi ora che, nella sua condizione, avrà certamente capito  il senso della vita e ancora  se si trova bene dove si trova. Romano si gira improvvisamente, mette un dito sulle labbra, come per suggerirmi il silenzio, e con la mano mi fa chiaramente capire che non debbo seguirlo.
Avverto un senso di smarrimento e di vertigine e, mentre mi appoggio ai tubi del muretto basso, chiudo strettamente gli occhi. Li riapro con fatica, perché la luce del sole intorno è ancora abbagliante, e vedo che accanto a me c’è un bambino. Avrà sei o sette anni quel bambino e mi guarda con l’atteggiamento di un monello di strada, quasi con un senso di sfida. Poi mi fa marameo con la mano sinistra, puntando il pollice sul suo nasino affusolato e con la destra accenna un saluto. Lo osservo con attenzione:ha i capelli castani, qualche ricciolo in testa, le guance paffute, dei pantaloncini  sporchi di sabbia, un ginocchio sbucciato, una fionda che fa capolino dalla tasca posteriore.”Mi riconosci?”, mi chiede. Gli rispondo gentilmente che, purtroppo, non so chi sia. E lui ancora: “Possibile che non mi riconosci?”. Lo guardo ancora e noto che sulla palpebra sinistra ha una piccola cicatrice, quasi impercettibile. E allora lo riconosco: è lui, giunto fino a me attraverso i  sentieri del tempo e dello spazio. Allungo una mano e gli scompiglio affettuosamente i capelli, lo accarezzo, prendo la sua piccola mano.
Vorrei tanto trattenerlo con me, perché l’ho tanto cercato. Ma in lontananza appare una giovane donna  e mi accorgo che ci sta osservando . Una strana ed improvvisa folata le scompiglia i capelli che ondeggiano al vento. Lei si aggiusta i capelli e con una voce dolcissima chiama a lungo: ”Ezioooooo…”. Rivedo in un attimo, come in un flashback, la mia vita, gli anni perduti. Il bambino lascia dolcemente la mia mano. “Debbo andare”, mi dice. Poi se ne va e si dirige verso quella giovane donna, porgendole la sua piccola mano. Entrambi si avviano, si girano indietro per l’ultima volta, come per un ultimo saluto, poi si allontanano e spariscono nel nulla.

lunedì 27 giugno 2016

Scandale - Foto scandalesi.

                                                       
                                         
   
Fotografie - Archivio fotografico Luigi Aprigliano - Scandale 
Musica e parole  - Pantaleone (Ponto) Paparo - Montrèal (Canada)
Video - Luigi Demme - Scandale .

sabato 25 giugno 2016

U.S. Scandale -

                                                 (Valentino Castagnino - Domenico Marazzita)
                        

L'U.S. SCANDALE VINCE LA COPPA DISCIPLINA DI PRIMA CATEGORIA PER IL CAMPIONATO 2015/2016


Un pò di Storia dal Blog di Luigi Santoro storiadiscandale.blogspot.it :


Sulla fine degli anni Cinquanta, dopo che molti cittadini si impegnarono a sensibilizzare l’opinione pubblica allo sport, anche mediante un ciclo di partite di calcio ben condotte con squadre dei centri vicini, Scandale si costituì in Unione Sportiva (U.S. Scandale), chiedendo nello stesso tempo l’affiliazione alla Federazione Italiana Gioco Calcio.
Fu creato un Consiglio Direttivo così composto: presidente, insegnante Nicola Paparo; vice presidente, sig. Gaspare Pupo (direttore delle Poste locali); segretario, il rag. Salvatore Pagano (ufficiale postale); cassiere il dottor Lulù Scaramuzzino. Consiglieri: Pasquale Brescia (Sindaco del Comune); Guido Castagnaro (Segretario Comunale); Gino Scalise, Carlo Tallarico, Giuseppe Ierardi e Salvatore Oliverio. Istruttore Tecnico, sig. Gaspare Pupo.

Molti anni dopo, l’attività sportiva continuava dando anche alcuni frutti, come risulta dall’articolo di Gino Scalise pubblicato dal giornale “Il Tempo” di Roma il 13 dicembre 1966:

Nell’intento di meglio sostenere la locale, promettente squadra calcistica, che, con onore, tallonandola da presso, contende alla capolista Siberene la prossima vittoria finale del campionato Juniores, organizzato dalla Lega Giovanile della FIGC, e in vista anche dello svolgimento delle attività federali, si è tenuta a Scandale una nutrita assemblea sportiva.
Erano tra gli altri presenti, il Sindaco comm. Francesco Guarascio, il dott. Franco Ceraldi, il presidente uscente prof. Vittorio Girimonti Greco, tutti gli altri dirigenti nonché gli stessi atleti.
Dopo un’esauriente relazione del direttore tecnico, rag. Mario Cognetti, cui hanno fatto immediato seguito concrete dimostrazioni di simpatia e di sostegno da parte dei numerosi sportivi, è stato eletto il nuovo direttivo, che risulta così composto: presidente dott. Franco Ceraldi, vicepresidente Froio Giovanni, segretario studente universitario Bomparola Raffaele, direttore tecnico rag. Mario Cognetti, organizzatore tecnico rag. Antonio Rizzuto, disciplinatore in campo studente universitario Scaramuzzino Aurelio; consiglieri i sigg. geom. Giovanni Trivieri, Gino Scalise, studente universitario Scaramuzzino Ezio, prof. Girimonti Greco Vittorio, Trivieri Raffaele, Simbari Angelo e Artese Pierino, questi ultimi due consiglieri incaricati del materiale sportivo.
L’assemblea ha applaudito, ed il Consiglio Direttivo ha nominato presidente onorario il Sindaco comm. Francesco Guarascio.


sabato 28 maggio 2016

Ignazio Buttitta - Lingua e dialettu.


                                                              ( Profazio - Buttitta)
Lingua e dialettu
Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.

Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unnu mancia
u lettu unnu dormi,
è ancora riccu.

Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.



Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
Mi nn’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.

Mentre arripezzu
a tila camuluta
ca tissiru i nostri avi
cu lana di pecuri siciliani.

E sugnu poviru:
haiu i dinari
non li pozzu spènniri;
i giuelli
e non li pozzu rigalari;
u cantu
nta gaggia
cu l’ali tagghiati.

Un poviru
c’addatta nte minni strippi
da matri putativa,
chi u chiama figghiu
pi nciuria.

Nuàtri l’avevamu a matri,
nni l’arrubbaru;
aveva i minni a funtana di latti
e ci vìppiru tutti,
ora ci sputanu.

Nni ristò a vuci d’idda,
a cadenza,
a nota vascia
du sonu e du lamentu:
chissi non nni ponnu rubari.

Non nni ponnu rubari,
ma ristamu poviri
e orfani u stissu.

Ignazio Buttitta 
(1970)

martedì 24 maggio 2016

Siamo stati liberati o condannati ?

ALLEATI DI MAFIA DAL 1943… CONTRO L’ITALIA



invasione della Sicilia - foto Robert Capa




di Gianni Lannes



Democrazia inquinata alle radici. Fa niente se i professionisti dell’antimafia perderanno la loro attività ben remunerata di sproloquio a reti unificate che perdura da decenni. La verità sul destino di asservimento di un popolo e di un Paese è sempre sconvolgente, soprattutto quando non è riportata dai libri di scuola ed è imposta da stranieri in armi. In particolare quando si tratta della tua gente che sopravvive eterodiretta da tanto, troppo, e non osa alzare la testa, ma dovrebbe a buon diritto. 

Se avessimo a disposizione una macchina del tempo, sarebbe doveroso tornare all’estate del 1943, ed approdare su una grande isola italiana, per provare a chiarire qualche mistero odierno (alla voce connivenza istituzionale e complicità) sull’occupazione straniera del nostro Paese.

Quali oscure operazioni di spionaggio si celavano dietro lo sbarco anglo-americano in Sicilia del '43? Per invadere la Sicilia, gli anglo-americani, scesero a patti con Cosa Nostra. Parentesi: come ai tempi ingloriosi dello sbarco dei Mille, finanziato e protetto dalla massoneria anglosassone in accordo con la mafia dell’epoca. In tempi più recenti la conquista dell’isola fu sostenuta dalla collaborazione della mafia con i servizi segreti nordamericani. Chi furono i protagonisti di questo accordo sotto banco? Chi erano le spie sbarcate con le truppe del generale Patton? E perché migliaia di soldati italiani si arresero già al primo giorno dell’invasione, due mesi prima dell’8 settembre?

I retroscena vanno dall’accordo tra intelligence di Washington ed il boss mafioso Lucky Luciano per liberare il porto di New York dalle spie naziste e fornire notizie sulla Sicilia, al Piano Corvo, la pianificazione “politica” dello sbarco; dagli inquietanti ritratti dei mafiosi italo-americani e siciliani che popolavano la scena del crimine durante la seconda guerra mondiale, agli uomini del Naval intelligence e dell’OSS e le loro operazioni segrete in Trinacria; dall’insediamento del governo militare alleato alla riorganizzazione della mafia, alla delega dei poteri ai boss locali.

Grazie al gangster Lucky Luciano lo Zio Sam si assicurò il via libera all'operazione Avalanche, una delle tre con cui invasero l'Italia, concedendo in cambio che la mafia ritornasse a governare indisturbata il territorio siciliano, e da lì estendesse i suoi tentacoli al resto d’Europa e del mondo.

I militari U.S.A. erano giunti in Sicilia il 10 luglio 1943, ma già sapevano che si trattava di un luogo speciale. C’è un rapporto del capitano W.E. Scotten consegnato 70 anni fa al generale Usa Julius Holmes: un documento intitolato Memorandum sul problema della mafia in Sicilia. Il documento porta la data del 29 ottobre 1943 - sei pagine custodite nei National Archives di Londra - c´è la prova di un accordo cercato dagli agenti segreti statunitensi e britannici con la mafia siciliana. Uno dei primi, uno dei tanti.
È un documento in cui si ritrovano le tracce di un negoziato fra gli apparati di sicurezza e le "famiglie", sicuramente la genesi di un patto che porterà in Italia - anno dopo anno e strage dopo strage - all´abitudine "trattativista", al dialogo occulto fra poteri politici e poteri criminali. 

Dalla strage di Portella della Ginestra (1 maggio 1947) fino all’eliminazione di Enrico Mattei nel 1962, alla strage di Capaci e via D’Amelio nel 1992; dalle spie inglesi agli uomini dei servizi di sicurezza italiani, un intrigo che affonda le sue radici nei mesi che seguirono l´Operazione Husky, nome in codice dell´invasione alleata dell´isola.

È la storia che si tramuta in cronaca sotto i nostri occhi distratti. Vicende remote che si intrecciano con l´attualità più inquietante, le carte del passato che in qualche modo spiegano un presente nebuloso: lunghe e indisturbate latitanze di capi mafiosi (Riina, Provenzano, eccetera), covi immancabilmente protetti, complicità fra alti funzionari dello Stato, intercessioni di ministri, ufficiali dei carabinieri e assassini, massacri di Cosa Nostra e depistaggi, bombe di mafia e di Stato.

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